martedì, 31 gennaio 2012

Camminare nella luce

Nel nostro secondo incontro relativo al percorso spirituale che abbiamo intrapreso per questi primi sei mesi di anno fucino, abbiamo continuato ad ascoltare la Parola offertaci dalla Prima Lettera di Giovanni , nello specifico, dalla seconda parte del capito uno, quella intitolata “Camminare nella Luce”.

Con parole semplici, ed un messaggio, perciò stesso, comprensibile da tutti – così com’è sempre la Parola di Dio, elementare e profonda, seppur nobile allo stesso tempo -, Giovanni pone le premesse della Lettera incentrando il suo discorso proprio su alcune dicotomie che ripete spesso nel testo: Luce/Tenebre, Amore/Odio, Verità/ Menzogna, Fedeltà/Peccato, Comunione/Divisione enunciando delle condizioni da rispettare, o quantomeno da seguire, per chi vuol “Camminare nella Luce”.

Giovanni, essendo l’apostolo prediletto, è cosciente della forza che sprigiona l’annuncio che Gesù gli ha lasciato per diffondere la Sua Voce: un suono soave, rincuorante, consolatore,  perennemente percepibile se davvero siamo in grado di ascoltarlo; esso NON NEGA MAI LA VERITA’, ma ci dice l’AMORE per noi; ci rassicura sulla FEDELTA’ di DIO VERSO DI NOI e sulla Sua costante presenza nella nostra vita. Quando non riusciamo ad ascoltare questo “ultrasuono divino”  e a riconoscerlo nella nostra anima è perché siamo completamente frastornati  dai rumori quotidiani dei ritmi frenetici umani, delle nostre voglie alle quali tentiamo di offrire soddisfazioni subitanee, delle nostre passioni accecanti, dei nostri impeti che si accendono facilmente e che poi fanno altrettanto presto a spegnersi, delle nostre ire latenti e dei nostri risentimenti che, spesso, salgono a galla… Ma il Cristo è qui, vicino a noi, SEMPRE e, se non siamo in grado di sentirlo, non è perché Lui non ci parli, ma perché, semplicemente, non siamo in grado di ascoltarlo, o meglio, non vogliamo ascoltarlo perché potrebbe ricordarci la gravosità delle “nostre tenebre”.

Il testo biblico ci scaraventa in una realtà disarmante:” … Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. …” ed è proprio questa premessa così difficile da comprendere all’intelletto umano che, nella nostra esistenza, tende a tradursi in una distanza che poniamo come originaria tra Lui e noi che, in quanto umani, sguazziamo nel peccato pur cercando di arrogarci un diritto di Credo in questo Dio quasi ingombrante, a cui siamo pronti a rinunciare ogni qual volta “non mettiamo in pratica la verità” perché continuiamo imperterriti a camminare nelle tenebre, nella menzogna. Se decidessimo di varcare quella soglia del sentiero illuminato, incontreremmo Gesù ad accoglierci come redentore dei nostri peccati.

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Di conseguenza, proprio la prima condizione che pone Giovanni  per riuscire a “camminare nella luce” è quella di ROMPERE CON IL PECCATO, il primo dei quali è proprio quello di non riconoscere esso stesso, di non riuscire ad individuare le nostre tenebre di ogni giorno, le stesse che possono sembrarci solo dei piccoli problemi relazionali. L’indifferenza verso gli altri e le loro storie, quella condizione di disinteresse in cui viene a mancare la volontà che può decidere una scelta di comportamento verso ciò che ci circonda;  l’invidia che si tramuta in intolleranza verso le gioie ed i successi altrui proprio perché ci fa più comodo pensare che quella soddisfazione, quello “stato di vittoria” sia stato rubato a noi piuttosto che riconoscerlo come un meritato successo degli altri o un loro maggiore stato di Grazia rispetto al nostro e, ancor più grave, l’odio verso tutto ciò che è diverso da noi e dal proprio modo di fare, di pensare, di esistere: un’insensibilità considerata nella sua forma più estrema di rifiuto verso le persone o le cose, la condizione primaria che ci porta a voler rimuovere “l’oggetto” del nostro odio dalla propria esistenza , contravvenendo ad uno di quei dieci “consigli mosaici” (Non uccidere) - che dovrebbero aiutarci a vivere in comunione con il Signore - dirigendoci, in questo modo, verso la morte, la fine di ogni relazione possibile.

Giovanni, dunque, ci annuncia con intenso vigore che l’unico modo LECITO di rapportarsi agli altri è l’AMORE, dandogli, però, non una connotazione affettiva, ma declinandolo nelle sue tre forme cristiane della MISERICORDIA, della COMPASSIONE e della CARITA’ le quali nascono dall’aver sperimentato di essere per primi noi l’oggetto di queste tre virtù e, perciò stesso, di essere in grado di esercitarle verso gli altri.

Tre qualità divine che si intrecciano tra loro, intendendosi:

-           per MISERICORDIA, il sentimento di intima commozione, di partecipazione verso la sventura altrui che induce a soccorrere, a perdonare, a non infierire sugli altri; il contrario dell'invidia per la fortuna del prossimo;

-          per COMPASSIONE (diversa dalla pietà la cui natura deriva da un involontario riflesso della paura che ci porta ad assicurarci il distacco da chi soffre), intesa come una comunione, intima e difficilissima, con un dolore che non nasce come proprio, ma che, se percorsa con autenticità, porta ad un'unità ben più profonda e pura di ogni altro sentimento che leghi gli umani; la manifestazione di un AMORE incondizionato che non chiede niente in cambio, un’unione genuina non solo di sofferenza, ma anche -e soprattutto- di gioia vitale: “La compassione è sinonimo di solidarietà e di condivisione, ed è animata dalla speranza.” (Papa Benedetto XVI);

-          per CARITA’, l’AMORE DISINTERESSATO verso il prossimo che sublima lo spirito umano perché rispecchia e glorifica la natura di Dio; insieme alle altre due virtù teologali, FEDE e SPERANZA, rappresenta uno dei tre strumenti per il raggiungimento della felicità.

DIO è LUCE,CARITA’e AMORE che gioisce nel donarsi e, come Lui non dà peso ai nostri peccati (cosa a cui noi diamo molto peso, ancor di più se sono quelli degli altri) così non dovremmo farlo noi nei confronti del prossimo! Se saremo in grado di non ingannare noi stessi riconoscendo i nostri peccati e chiedendone a Dio la remissione, Egli “…ci perdonerà e ci purificherà da ogni colpa. …”.

L’apostolo prediletto ci propone, quindi, un invito la cui sostanza è facilissima e profondissima al tempo stesso: conoscere Gesù Cristo e portarlo nella nostra vita, aprirgli FINALMENTE quella porta del nostro cuore alla quale Lui bussa perennemente e che, spesso, non Gli viene aperta per i motivi più futili e diversi. Dovremmo avere, verso il Salvatore, il nostro “avvocato presso Dio”, lo stesso atteggiamento del ”cliente verso il proprio difensore”, incentrato sull’essenziale fiduciari età del loro rapporto soprattutto perché  l’Agnello è la “vittima di espiazione per i nostri peccati”.

Come ci spiega il nostro assistente spirituale, Padre Ottavio, esiste uno stile di vita intellettuale che è secondo Dio e che si realizza quando osserviamo i suoi comandamenti, applicandoli nella propria routine giornaliera. In ciò, dunque, si realizza quella che è la seconda condizione enunciata da Giovanni: OSSERVARE I COMANDI, SOPRATTUTTO QUELLO DELLA CARITA’. Chi osserva la Parola del Signore è in comunione (intesa come unità di ogni fedele con Dio, nel Cristo) con Lui, ma chi dice di conoscere Gesù e non è generoso né con Lui né con gli altri, si sta avviando già verso le tenebre e allontanando dalla Verità e dall’Amore. Essere generosi comporta avere il coraggio di rispondere “Sì” alla chiamata del Signore ogniqualvolta Egli ci chiami, richieda la nostra attenzione sulla  esistenza di ciascuno di noi o su quella di chi ci circonda, mettendo in pratica la Sua Parola. La risposta positiva alla Sua chiamata richiede perseveranza e fede: la prima volta che si risponde negativamente è l’unica in cui possiamo ancora accorgerci di esserci negati la possibilità che l’amore di Dio si perfezioni in noi; nelle occasioni seguenti non ci accorgeremmo neanche più di aver sottratto la nostra generosità al Signore o agli altri perché le scuse che ci inventeremmo ci sembrerebbero già tutte abbastanza plausibili.

Padre Ottavio ci dice che l’Amore di Dio è come un vino di altissima qualità, quindi va bevuto con parsimonia: va osservato nel suo colore, va annusato nel suo profumo e va gustato  nella sua corposità; allo stesso modo, contemplando il volto di Gesù, potremo dire di aver conosciuto l’Amore di Dio che ci rende vincitori sulle tenebre. L’alternativa a questa allettante promessa di eternità é quella di abituarsi lentamente a vivere nelle tenebre, nel peccato, ma, allo stesso tempo, perseguendo la via buia, arriva sempre un momento in cui abbiamo paura di guardare in faccia alla nostra vergogna: il peccato non è altro che la paura di Dio, di un Dio di cui non ci fidiamo abbastanza perché quello che ci propone, il vivere nella Luce, ci sembra un percorso molto faticoso ed impegnativo, tanto che sembra più facile rinunciarci che seguirlo davvero con costanza. D’altro canto, abituarsi a vivere nelle tenebre porta alla DISPERAZIONE, alla perdita di SPERANZA: un peccato capitale che sfocia nel rancore verso noi stessi, verso gli altri e verso Dio che questo mondo l’ha creato.

Di sicuro, un punto di partenza per tutti noi giovani al fine di intraprendere il personale “Cammino nella Luce” è quello di rendersi conto che, in noi stessi, esiste una parte che si accontenta di vivere nelle tenebre e che le alimenta, ma, come diceva Kierkegaard “… è un’esperienza religiosa profonda che fa emergere il lato notturno di noi stessi …” perciò, possiamo capire di essere nel peccato solo se non abbiamo paura di noi stessi e se scopriamo il coraggio di riconoscere il buio che scurisce la nostra esistenza per ammettere che anche noi abbiamo TRADITO Gesù Cristo scegliendo le tenebre.

Questa immagine molto forte che Padre Ottavio ha usato per scuotere i nostri cuori ci ha completamente destabilizzato, mostrandoci che tutte le volte in cui crediamo che sia stato Gesù ad abbandonarci, in realtà siamo noi che siamo fuggiti da Lui per paura del Suo amore così immenso ed incondizionato - tale da accettare di essere crocifisso per la nostra redenzione - del quale non riusciamo a fare esperienza nelle nostre relazioni umane.

A conclusione del nostro incontro spirituale, quindi, emerge distintamente che il cristianesimo non è una piccola etica domestica fai da te; essere senza Dio non vuol dire non essere brave persone! Il cristianesimo è VIVERE NELLA LUCE: il giudizio finale, infatti, non sarà sulla preghiera, ma sarà sulla COMPASSIONE intesa, secondo la mistica giovannea, come la comunione con l’altro fondata sull’unità di ogni fedele con Dio, attraverso il volto umano e conoscibile di Gesù Cristo, fonte perenne di AMORE.

 Donatella

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